Avete presente quel brivido freddo che corre lungo la schiena della gente quando, in una riunione, pronunciate le parole “Raccolta Fondi”?
In quell’istante, nella mente del vostro interlocutore si materializzano tre cose: una cassetta di legno con la fessura per le monete, un sagrato di chiesa, e il disperato bisogno di controllare se ha lasciato il portafoglio in macchina.
In Italia, “raccolta fondi” soffre di un problema di PR devastante. Suona subito come una tassa emotiva, un “dacci i soldi e non fare domande”. Spaventa.
Ma noi siamo professionisti, e sappiamo che la lingua inglese è la nostra più grande alleata linguistica. Ed è qui che avviene la magia: basta resettare il cervello e pronunciare la parola magica: FUNDRAISING.
Vediamo cosa succede quando passiamo dall’italiano all’inglese:
La “Raccolta Fondi” si subisce. Il “Fundraising” si pianifica.
Chi fa “raccolta fondi” ti chiede un’offerta. Chi fa “fundraising” ti propone una partnership strategica.
Chiedi soldi in italiano? Stai chiedendo l’elemosina. Fai fundraising? Stai invitando un network di stakeholder a co-investire in una visione comune.
La percezione è tutto. L’inglese non ci serve per snobismo culturale, ma come scudo psicologico per l’interlocutore. Il termine anglosassone sposta l’attenzione dal “quanto mi costa” al “cosa stiamo costruendo insieme”.
Quindi, la prossima volta che dovete sostenere un progetto, bandite l’italiano. Siete dei Fundraiser, mica quelli con il secchiello dei gettoni.

