Condivido con forza l’analisi della collega Francesca D’Antonio: stiamo assistendo alla campagna elettorale di più basso livello di sempre. Ma il problema non è lo strumento (TikTok o i Reel), è l’accanimento contro il contenuto.
Si è deciso che l’elettore sia “troppo idiota” per uno sforzo cognitivo. Il risultato? Una televendita continua fatta di arredo urbano, maioliche e “luciarell”, dove la visione politica è stata sostituita dal packaging.
📉 Il paradosso dei giovani candidati
La nota più amara arriva dai giovani. Se agli “over 70” si può perdonare la mancanza di una proiezione verso il futuro, dai ragazzi ci si aspetterebbe la scintilla, la rottura, l’idea audace. Invece, ci propinano il vuoto cosmico mascherato da tormentone: video patinati su quanto sia bello vivere qui, senza una sola proposta di cambiamento.
Se ti piace tutto esattamente così com’è, che senso ha la tua candidatura?
✨ La via della Soft Communication Digitale
Questa deriva conferma la necessità di un approccio diverso, quello che definisco Soft Communication Digitale.
Accessibile non è sinonimo di banale: Si può essere chiari senza svuotare il messaggio.
Qualità vs Quantità: Non serve inseguire follower con l’estetica da food porn se dietro non c’è sostanza.
Rispetto per l’interlocutore: Comunicare significa elevare chi ascolta, non sottovalutarne l’intelligenza.
In un mondo che urla per non dire nulla, la vera sfida per professionisti e imprese è tornare a dare valore alle parole. La “visione” non è un filtro di Instagram, è il coraggio di immaginare il domani.

